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Passettini

Racconto di Roberto Zambon

Passettini pensa sempre prima di parlare, infatti non parla mai. Passettini preferisce camminare: cammina d’estate, cammina d’inverno, cammina col caldo e col freddo, cammina a qualsiasi ora, sette giorni su sette, dodici mesi all’anno e così via. Passettini cammina sempre, a parte la notte, perché col buio dove vai, a piedi, da solo?

Tutti vedono Passettini camminare ma nessuno conosce la sua meta. Quelli imbottigliati nel traffico lo vedono mentre cammina sul marciapiede e guarda avanti. Tra sé e sé sorridono perché non vorrebbero essere al posto suo e questo il più delle volte è comicamente assurdo perché al suo posto ci sono già. È solo che avanzano alla velocità di un gatto sotto il sole di luglio. Passettini non è mai stato al volante di niente, in compenso avanza sempre alla velocità di un gatto sotto il sole di luglio.

Passettini è il nome che hanno dato a Passettini quelli che tornano da lavoro la sera e vedono un uomo sul ciglio della strada che cammina a piccoli passi verso una qualche meta che nessuno conosce. Vedono Passettini e quella vista li turba e allo stesso tempo li conforta, soprattutto se la giornata in ufficio è stata davvero merdosa. Un po’ come vedere il caro e vecchio vicino che tosa il prato alle 2 di pomeriggio di una domenica qualsiasi da vent’anni a questa parte. Passettini ha anche lui le sue giornate di merda, ma non in quel senso lì.

Ogni giorno Passettini si alza da qualche parte della città, qualcuno lo veste e gli apre la porta per uscire. Passettini cammina e percorre sempre la stessa strada, una strada che va dal punto A al punto Z passando per tutte le lettere dell’alfabeto nello stesso identico ordine del giorno prima e del giorno dopo eccetera eccetera.

Nell’alfabeto di Passettini ogni lettera è un punto di riferimento. La lettera A corrisponde al distributore di benzina, la lettera B al centro commerciale, la lettera C al parco e così via. Anche le persone imbottigliate nel traffico hanno il loro alfabeto, con l’unica differenza che alcuni giorni dell’anno lo cambiano. Tipo la domenica o la vigilia di Natale o a Ferragosto. Passettini invece cammina anche a Capodanno, che è un altro di quei giorni in cui le persone cambiano alfabeto. E non potrebbe smettere con i suoi punti di riferimento da un giorno all’altro, sarebbe come impedire a un giocoliere di fissare l’incrocio delle traiettorie mentre sta lì a fare il suo numero davanti al semaforo. Passettini guarda sempre avanti e solo se la strada prende una certa inclinazione alza lo sguardo. Per Passettini navigare a vista  significa seguire un punto di riferimento all’interno del campo visivo fino a quando un nuovo punto di riferimento sostituisce quello vecchio, in modo che durante il cammino ci siano almeno un punto e al massimo due. È questa la regola di Passettini.

Un giorno arriva una squadra di operai, operai con ruspe, tubi di acciaio, cartelli stradali con la scritta deviazione e nastri di sicurezza rossi e bianchi. I lavori iniziano al mattino presto, quando in giro ci sono solo i netturbini e loro, gli operai del cantiere per la nuova infrastruttura voluta dalla vecchia giunta comunale e chissà perché approvata solo adesso dalla nuova giunta comunale che in campagna elettorale diceva non faremo sconti alla vecchia giunta comunale, roba da fare accapponare la pelle. Quando operai ruspe eccetera cominciano a muoversi Passettini dorme ancora, ricarica le batterie per una nuova giornata di cammino. Alle 8 è in piedi, Passettini, qualcuno lo veste e gli apre la porta per uscire. Passettini solleva un piede dopo l’altro, come se camminasse su una spiaggia dove la sabbia scotta quanto basta per rendere la vita difficile a chi ha scordato le ciabatte.

In pochi minuti Passettini raggiunge il distributore di benzina, dove quel giorno la benzina verde costa 1 euro e 67, la benzina verde super 1,85, il diesel che non ha mai una versione super 1,42. Dentro le automobili uomini che avranno giornate di merda attendono diligentemente il loro turno. C’è sempre odore di gas di scarico e di benzina al distributore di benzina, il che è abbastanza ovvio per tutti tranne forse i bambini e Passettini.

La lettera A dell’alfabeto di Passettini è ora un riquadro che occupa lo stesso spazio della parete destra della sua stanza, la terza in fondo al corridoio a sinistra, primo piano. La parete di fronte corrisponde al centro commerciale I turisti, dove la gigantesca insegna “I TURISTI” sembra essere stata progettata per resistere all’onda d’urto di una bomba nucleare. Passettini non conosce il significato di bomba nucleare e questo può solo che fargli bene.

Quando passa davanti al parcheggio del centro commerciale “I turisti” Passettini ha la fronte imperlata di sudore e gli occhiali da vista più in basso del solito, cioè di quando come oggi che è metà giugno l’aria è abbastanza calda per giocare questi brutti scherzi nonché per consentire agli asfaltisti di rifare il manto stradale di infrastrutture vecchie e nuove. Passettini non ha fretta e muove un passo dopo l’altro, inesorabile come un maratoneta vicino al traguardo. La coda dell’occhio di Passettini registra le automobili del parcheggio: una FIAT rossa, un Suv nero, un Wolksvagen giallo, una Smart grigia, un altro Suv nero, una Toyota bianca […] 48 veicoli per altrettanti alfabeti, compresi 5 scooter, 3 moto, 2 biciclette e una cosa che somiglia a una bici elettrica ma mostra una lunga e sottile marmitta che le dà un aspetto piuttosto ambiguo.

Passettini è in attesa del suo turno al semaforo in questo momento. Con lui c’è anche una vecchia signora ferma immobile con le buste della spesa in mano, stoica nella sua posizione di vecchia signora che aspetta qualcosa per strada dopo un acquisto. Mentre è lì così Passettini non può fare a meno di sollevare ora il piede destro ora il piede sinistro, un comportamento che la vecchia signora si prende la briga di esaminare allungando il nervo ottico all’estremo delle sue capacità elastiche, ma senza batter ciglio. Dopo essersi accorta della posizione avanzata degli occhiali di Passettini, posizione che qualsiasi persona di buon senso provvederebbe a correggere con una rigorosa e affermativa spinta del dito indice della mano destra, e lui invece no, la vecchia signora che guarda Passettini di sottecchi è ormai convinta trattarsi del solito mentecatto.

Quando scatta il verde Passettini e le sue tipiche Adidas bianche con la suola consumata nei punti di contatto con l’asfalto – Passettini cammina sempre sull’asfalto – ricominciano a mangiare la strada, espressione che Passettini abbastanza paradossalmente ignora. La vecchia svolta a destra, Passettini punta dritto al Parco della Liberazione, il suo prossimo punto di riferimento, cioè la lettera C. Passettini non è mai entrato al Parco della Liberazione, né a qualsiasi altro parco di qualsiasi città del mondo, e questo fa di lui il cittadino ideale di ogni amministrazione comunale affezionata al cemento, una vecchia logica ancora molto in voga nell’Italia del dopo dopoguerra. Passettini non conosce le vecchie logiche post belliche, o meglio: ne conosce le conseguenze ma ignora tutto ciò che si può costruire intorno alle vecchie logiche post belliche, così come dopo il Parco della Liberazione sa che troverà il cavalcavia dell’autostrada A qualcosa, ma non per questo potrebbe dire perché il cavalcavia stia in piedi o come mai tutto ciò che si muove sotto il cavalcavia pare avere una fretta dannata.

Proprio in questo momento Passettini cammina sul marciapiede in direzione opposta a quella di un focomelico in sedia a rotelle, ma il marciapiede non è abbastanza largo per entrambi e uno dei due dovrà per forza scendere se vorrà proseguire oltre. Passettini però non accenna a cambiare strada, né accenna a cambiare strada l’altro, quello che spinge avanti il joystick per muovere la carrozzella elettrica dentro la quale sembra essere stato risucchiato. Non ci vuole un’abilità speciale nel riconoscere gli ostacoli per capire che quello che ha davanti Passettini è decisamente un ostacolo. Da parte sua l’uomo non è in grado di parlare o di esprimersi a gesti, perché nonostante una smisurata intelligenza in cose come la matematica dei numeri transfiniti, la teoria dell’assoluto e il gioco degli scacchi, il suo volto e in particolare la bocca sono contratti fin dalla nascita in una smorfia di disgusto, mentre mani e braccia, molto più di piedi e gambe, sono ritorte su se stesse tipo artigli di avvoltoio, il che rende impossibile o quasi la comunicazione con gli altri, specie con gli sconosciuti. Si direbbe che l’uomo focomelico con un QI terribilmente elevato non abbia grandi possibilità comunicative, figuriamoci con Passettini. Quando arriva il momento in cui un passo in più sarebbe di troppo e un ulteriore giro di ruota pure, i due si fermano uno di fronte all’altro. Passettini solleva la scarpa bianca sinistra, poi la scarpa bianca destra, poi di nuovo la sinistra e così via, con una frequenza che l’uomo focomelico in carrozzella quantifica di poco superiore al secondo per contatto, oltre che perfetta in termini di ritmo e distanza dal terreno. E stanno lì, Passettini e il focomelico, a guardare avanti mentre il caldo scioglie i gelati di migliaia di bambini e provoca diversi infarti a chi sta agli antipodi dell’infanzia, cioè i nonni degli stessi bambini che mangiano gelati. Nel giro di mezzo minuto il focomelico capisce diverse cose su Passettini e – tratte le dovute conseguenze – spinge il joystick indietro quel tanto che basta per sentire il motore della carrozzella fare un rumore come di nastro che si riavvolge.

La metà in basso dell’immaginaria parete che ha ora di fronte Passettini rimpicciolisce, per poi spostarsi a destra e tornare a ingrandirsi lungo la striscia di asfalto accanto al marciapiede dove di solito si accumulano le foglie in autunno. Passettini riprende il suo cammino verso la lettera D, mentre il focomelico si allontana in direzione del centro commerciale I turisti a una velocità pressoché doppia – calcola il focomelico – rispetto all’uomo alle sue spalle. Passettini imbocca via della Liberazione e lascia che l’ultima porzione del Parco della Liberazione sfili alla sua sinistra, fedele senz’altro al sistema dei due punti. La città intorno a Passettini è in piena attività, il che significa strade trafficate, uffici con i condizionatori a palla, appartamenti semivuoti, centri storici in mano ai turisti, piste ciclabili deserte o in via di desertificazione e tante altre logiche molto in voga nell’Italia del dopo dopoguerra.

Passettini ha caldo ma non sembra importargliene granché. La sua maglietta grigia con la scritta Io ♥ Dio mostra chiari segni di sudore intorno alle ascelle e lungo la colonna vertebrale, segni visibili a occhio nudo perché di un grigio più scuro del grigio intorno. I pantaloni di Passettini al contrario sono stranamente asciutti, ma nessuno potrebbe dire altrettanto riguardo alle mutande. A parte le stalle non c’è niente al mondo che puzzi come un paio di mutande di un uomo sudato che cammina sotto il sole. Il segreto è non infilarci il naso dentro per annusarle, una di quelle schifezze che chissà perché piacciono molto più agli uomini che alle donne.

Difficile farsi un’idea di cosa piace a Passettini. Di sicuro gli ostacoli lungo il suo percorso dalla lettera A alla lettera Z lo indispongono, e quello che ha ora di fronte è il tipico di ostacolo coi controcazzi. Ai piedi del cavalcavia già non si passa più: un cartello stradale giallo con la scritta DEVIAZIONE indica agli automobilisti dove svoltare, e se non lo fai subito subito dopo ti trovi in mezzo a una squadra di operai che allestirà il campo prova della prossima missione NASA, o almeno l’impressione se non sai com’è fatto un campo prova della NASA è questa. Il cavalcavia brulica di operai con la maglietta legata in testa a mo’ di kefiah; sul lato destro sorge una formazione di tubi di metallo con l’etichetta made in China ancora incollata sopra; poi ci sono un paio di scavatrici, qualche betoniera sparsa qua e là, un cesso di plastica di quelli che si vedono ai concerti, cartelli stradali di tutti i tipi un po’ ovunque, un’asfaltatrice gialla, una benna che nessuno ha idea del perché sia lì, due o tre cumuli di inerti, un camion con il rimorchio ribaltabile e la macchina di qualcuno parcheggiata dove non dovrebbe.

Nessun automobilista osa sfidare quello che a tutti gli effetti è un blocco stradale in piena regola, ciò non toglie che siano in molti a esprimere tutto il proprio disappunto, alcuni con parolacce a denti stretti tipo “porca puttana” o “cazzo”, altri con sospiri esasperati che ricordano molto le scene topiche di telefilm arrivati oltre la decima serie. I più si accontentano di una rapida alzata del braccio sinistro, quello che di solito prende aria fuori dal finestrino quando fa caldo. Una signora di bell’aspetto dentro una 500 col tettuccio aperto esce dal giro degli altri automobilisti e accostando la scavatrice grossa da far spavento chiede a uno degli operai la scadenza dei lavori, spiegando poi il perché e il percome della sua domanda. Un tizio in polo e jeans con un ridicolo caschetto giallo appeso alla cintura parla a un walkie talkie e fissa la punta dei suoi mocassini in pelle. Nell’aria c’è odore di olio esausto, pneumatici riscaldati e una punta di scoreggia.

Nessuno si è ancora accorto di quell’uomo ai piedi del cavalcavia dalla parte del marciapiede, quasi immobile se non per il saliscendi alternato di due scarpe Adidas bianche con gli strappi. Il capocantiere, cioè il tizio col ridicolo caschetto giallo appeso alla cintura, chiude la conversazione e s’incammina verso il cesso in plastica piazzato al centro di un’aiuola trapezoidale là vicina. Fosse dell’umore giusto probabilmente avanzerebbe fischiettando, invece allunga il passo sbuffando a tutto spiano, con l’espressione di chi ha una rogna per capello e poco tempo a disposizione anche solo per pensare a dove cominciare. Gli manca solo un piccolo balzo sopra il cordolo che delimita il trapezio dell’aiuola per raggiungere il traguardo. Un momento piuttosto delicato (mano sinistra sulla zip e mano destra nelle mutande in cerca del suo miglior amico) per accorgersi di un tizio visibilmente strano nel punto in cui non ci dovrebbe essere un accidenti di nessuno. Il capocantiere aggrotta la fronte e per poco non si ferma e poi però prosegue e urla, tirando su la zip:

–    Hey tu! Via, via di qui, la strada è chiusa, lavori in corso, non si passa…

Passettini sembra non afferrare: guarda avanti verso la sommità del cavalcavia, il punto esatto dal quale chiunque può scorgere il campo da calcio del quartiere sud, che poi per Passettini è la lettera E dell’alfabeto di Passettini. Lo raggiunge, il capocantiere, e prima di aprire bocca capisce che quello che  ha di fronte non è il solito pensionato a cui piace da morire supervisionare i lavori di un cantiere, mani dietro la schiena e giornale protofascista sottobraccio. Passettini ha gli occhiali sulla punta del naso, è sudato, ha una maglietta con scritto Io ♥ Dio e puzza un po’ di gatto randagio. Inoltre fa di continuo quella cosa di alzare e abbassare un piede alla volta con precisione millimetrica. Per cui il capocantiere ci riprova, senza troppa convinzione:

–    Da oggi a fine mese di qui non si passa, capisci quello che dico?

E siccome è un uomo abbastanza navigato aggiunge:

–    Ohoooo… c’è nessuno?

Passettini è lì che guarda avanti, pochi centimetri lo separano dal nastro di sicurezza rosso e bianco legato a un palo della luce e al guardrail, e ancora meno dalla faccia dubbiosa del capocantiere. Quest’ultimo solleva la mano e fa a un operaio quel cenno universale tipo “vieni un po’ qua…” Un operaio col faccione ignorante e il labbro inferiore un po’ in fuori.

–    Senti Toni, questo signore non fa altro che guardare avanti e muovere i piedi, pensaci tu per favore.

Il capocantiere dà una pacca sulla spalla all’operaio che ha chiamato Toni e dopo un’ultima occhiata liquidatoria a Passettini si allontana verso il cesso di plastica. Non ha mai fatto del male a una mosca, l’uomo detto Toni, e non ha idea del perché il capocantiere, da sempre, lo tratti come un pugile in pensione. Prova con le buone, comunque, perché son le uniche maniere che conosce. Dice:

–    Ma perché vuoi andare fino a là? Sei tutto sudato, fa caldo… non c’è niente là.

L’uomo detto Toni ci pensa su e gli pare di aver cominciato con il piede giusto, però non si sa mai, gli viene il dubbio ci sia davvero qualcosa che vale la pena guardare, per cui si volta, col suo faccione da ignorante, e scruta un punto indefinito, e la conclusione è che non essendoci un accidente degno di nota quell’uomo deve avere qualche rotella fuori posto.

–    Vai al bar no? Io fossi in te vado in un bar e mi prendo una bella coca ghiacciata… tu invece stai qui e guardi in alto…

Non è il caso di chiamare la polizia, i carabinieri o chi per loro, pensa l’uomo detto Toni. In fondo non dà mica fastidio a qualcuno, pensa ancora. E a forza di pensare la conclusione a cui arriva l’uomo detto Toni è che vorrebbe proprio essere in un bar con la sua coca ghiacciata e una ciotola di salatini. E invece è appresso a un matto, senza sapere bene come svignarsela, con gli altri operai che non lesinano nel darci dentro di martello pneumatico, e le scavatrici che scavano, e i tubi d’acciaio che fanno eco alle bestemmie.

Passettini nel frattempo non si è mosso. Passettini guarda il cavalcavia da dove quando è sopra intravede il campo da calcio del quartiere sud. Dopo qualche minuto il capocantiere esce dal cesso e torna dall’uomo detto Toni e i due si scambiano un’occhiata abbastanza eloquente e un attimo dopo sono là, molto più seri di prima, a cercare una di quelle soluzioni ingegnose per sbarazzarsi in fretta di un problema dapprincipio sottovalutato e ora in una fase intermedia che ha tutte le carte in regola per diventare in brevissimo tempo una cara e dolce ultima spiaggia. Di lì a poco arriva un altro operaio, e poi un altro, e un altro, e ognuno dice la sua, e nessuno sembra così in gamba da arrivare al punto. Poi salta fuori un tizio mingherlino, con tatuaggi vistosi un po’ ovunque, serpenti, teschi, fiamme e roba simile, e a voce neanche troppo bassa suggerisce di farlo andare dove vuole che tanto il cantiere è appena partito e il marciapiede corre parallelo alla strada, impossibile sbagliare o farsi male. A chiosa della sua proposta il tizio mingherlino coi tatuaggi incassa la testa tra le spalle e la fa uscire fuori come una tartaruga.

Ma il capocantiere non si direbbe d’accordo, vista la faccia che fa: una faccia tipo “siete diventati matti anche voi?”

–    Vi chiedo una soluzione per mandarlo via – sbraita il capocantiere – e voi ve me ne date una per farlo entrare!?

Tra gli operai cala il silenzio. Tutti rimangono là a fare quelle cose che fa la gente quando pensa o finge di pensare intensamente, grattarsi la testa, ad esempio, oppure titillarsi il mento. Finché succede che uno lascia perdere, si allontana e riprende in mano il suo martello pneumatico, e a quel rumore un altro si gira, sputa per terra, muove qualche passo e rimonta sul suo camion, e uno alla volta gli operai ricominciano a lavorare, un ottimo escamotage visto che siamo qui per questo, pensano un po’ tutti. Alla fine di fronte a Passettini non resta che il capocantiere col ridicolo caschetto giallo, ché anche l’uomo detto Toni zitto zitto quatto quatto ha levato l’ancora per tornare alle sue cose. E quando sembra che il capocantiere stia per avere una qualche forma di illuminazione atea, eccolo invece allargare le braccia, sbatterle contro i fianchi e con una mezza giravolta dare le spalle a Passettini, imprecando Dio e la Madonna perché in un giorno del genere ci mancava solo quella. Passettini la sua maglietta con scritto Io ♥ Dio le sue Adidas bianche eccetera eccetera fanno l’effetto di una professoressa che tenta di spiegare il latino a una classe di tossici in piena fase down, e fuori è appena cominciato l’inverno. Soprattutto quando  alcune ore più tardi arriva la sera e Passettini è ancora là, mentre gli operai spolpati da una giornata di lavoro non vedono l’ora di rimettere il culo in macchina e filare a casa per una doccia fresca e un sacrosanto piatto di pasta e poco altro.

Poi però arriva uno, a un certo punto, uno che non è né un operaio né un automobilista di ritorno da una merdosa giornata  d’ufficio ancora più merdosa visto il cartello deviazione di lì a poco, ma qualcun altro che Passettini sembra conoscere e rispettare, se questa è la parola giusta, perché docile come un agnellino lo segue, senza opporre resistenza, anche quando l’uomo apre lo sportello di un furgone parcheggiato più avanti, un centinaio di metri prima del cantiere, e Passettini alza un piede a un’altezza insolita, sale nel vano posteriore, che è vuoto e si richiude dietro di lui. L’uomo mette in moto il furgone, un veicolo scassato con i cerchioni arrugginiti e il telaio ammaccato, la scritta Istituto Psichiatrico Io ♥ Dio sulla fiancata destra.

Il giorno dopo alla stessa ora Passettini è fermo a pochi centimetri dal nastro di sicurezza rosso e bianco, lo sguardo che punta alla sommità del cavalcavia e i piedi che si alternano nella solita danza della pioggia amatoriale. Gli operai lo riconoscono e lo salutano, e Passettini non ricambia, e allora quelli ridono e si danno di gomito, tutti tranne l’uomo coi tatuaggi un po’ ovunque. Il pranzo Passettini lo passa in piedi, e se è vero che una fila di pioppi getta un’ombra sul lato della strada in cui si trova Passettini, è anche vero che la temperatura dell’aria non è esattamente  l’ideale per un digiuno improvvisato. Ma Passettini non sembra dare troppa importanza a queste cose: lui non correrebbe mai a casa come fanno gli automobilisti, uno perché non sa correre, due perché non è mai stato al volante di niente, tre perché non ha un’automobile e anche se l’avesse gli manca comunque la patente.

Il tempo passa e le ore si susseguono nella più assoluta normalità, coi vecchi supervisionari e il loro immancabile giornale protofascista che si alternano ai limiti del cantiere e i clacson svogliati degli automobilisti che di tanto in tanto spezzano la monotona colonna sonora di cigolii e martelli pneumatici di operai e ruspe. Verso sera un furgone scassato  con la scritta Istituto Psichiatrico Io ♥ Dio sulla fiancata destra rallenta nei pressi del cantiere. L’uomo che scende è vestito in jeans e camicia e fuma sigarette; dal modo disinvolto di impugnarle, spegnerle e riaccenderle si direbbe essere nato solo per fare quello. Avvicina Passettini, lo prende sottobraccio e lo guida fino al furgone. Dall’inizio alla fine non apre mai bocca per dire “ti va se andiamo subito a casa e beviamo un tè freddo?” o cose del genere. L’azione stessa di caricare Passettini come fosse un carcerato ricorda tanto il savoir faire di un secondino.

Passettini il giorno dopo è di nuovo lì, e anche quello dopo, e quello dopo ancora, e la sua maglietta con scritto Io ♥ Dio davanti deve puzzare parecchio, perché l’onnipresente buco sulla spalla destra esclude con certezza quasi assoluta uno o più armadi con sole magliette Io ♥ Dio. In tutto questo il capocantiere sembra scomparso insieme al suo ridicolo caschetto giallo. Il cantiere invece procede a gonfie vele e se gli automobilisti lo sopportano è solo perché sanno che servirà a perfezionare il collegamento tra la zona sud e la zona est della città, e comunque c’è quel cartello “stiamo lavorando per voi”, uno slogan che sembra pensato apposta per farti sentire in colpa se ti lamenti.

Passettini ha trascorso gli ultimi cinque giorni al cantiere e qualcuno inizia a considerarlo molto più che un semplice idiota da sbeffeggiare. Tra questi c’è l’uomo coi tatuaggi un po’ ovunque, uno che chiamano Pane perché è buono con tutti e fa discorsi sull’uguaglianza sociale e i diritti dei lavoratori che se dopo innumerevoli G8 non sono utopistici poco ci manca. Il sesto giorno saranno le undici di mattina quando Pane avvicina Passettini e gli propone un passaggio. Lì per lì Passettini non risponde, né distoglie lo sguardo dal fatidico punto, né avanza o indietreggia o scarta da una parte. L’operaio si allontana, raggiunge una delle due enormi scavatrici gialle, ci sale dentro, gira la chiave e infila la prima. Con un terremoto di cigolii e pistoni il bestione ruota su se stesso e si dirige lentamente verso Passettini. Nessuno ci fa troppo caso perché di ruspe che vanno e vengono ce ne sono ogni santo giorno, in un cantiere come quello. La faccenda prende un’altra piega quando Pane abbassa una leva e la benna 1×3 metri della scavatrice cala dall’alto come per schiacciare una gigantesca mosca e dopo aver sfiorato il volto di Passettini appoggia i suoi quintali di peso sulla striscia di sicurezza rossa e bianca strappandola via e scendendo ancora un po’ finché un clangore prosaico conferma l’avvenuto atterraggio sul cemento.

Tutti rimangono con il fiato sospeso mentre osservano il moto delle scarpe di Passettini traslare dall’asse cartesiano y a quello x. C’è un gran silenzio nel cantiere, un silenzio come da stadio di rugby prima della trasformazione o da stadio di atletica prima dello sparo alla gara dei 100 metri eccetera eccetera. Passettini non sa cosa sono il rugby o l’atletica leggera. Passettini entra nella benna della scavatrice e si aggrappa con le mani a due dei grossi denti lungo il bordo: la sua testa spunta fuori e i suoi occhi vedono Pane che spinge le leve per manovrare la ruspa. Qualcuno fischia in quel modo da macho che non ha bisogno di usare le mani. Qualcun altro applaude. Tra applausi e fischi e altri segnali di affetto Pane, la scavatrice e Passettini risalgono il cavalcavia butterato, sfilando in mezzo a carriole, tubi, cumuli, betoniere, operai, e così via. Passettini non era mai andato nella direzione opposta a quella del suo sguardo prima d’ora, ma soprattutto non era mai salito dentro la benna di una scavatrice gialla con la scritta CAT.

Passettini non ha ancora deciso se il fatto che intorno a lui tutto tremi come se il mondo si spezzasse in due sia un buon segno oppure no, ma la figura disinvolta di Pane che ogni tanto lo saluta è già qualcosa. Anche dentro quello strano involucro di metallo Passettini continua a muovere i piedi su e giù, cosa più difficile del solito vista la condizione precaria della superficie d’appoggio. Gli operai che prima erano vicini alla ruspa e ora la vedono laggiù in alto riprendono uno alla volta il lavoro, chi sputando a terra chi scuotendo la testa. In mezzo al cielo c’è un disco giallo che prosciugherebbe qualsiasi cosa.

Pane Passettini e la scavatrice hanno oltrepassato la sommità del cavalcavia – la lettera D dell’alfabeto di Passettini – e cominciano la discesa della parabola dalla parte opposta, dove la strada è libera da qualsiasi tipo di ostacolo in attesa che i lavori conquistino prima o poi anche quella zona. Pane ha tutto lo spazio che vuole per giocare a fare il cretino, infatti manovra la ruspa in una specie di zig zag alla buona, una cosa che Passettini trova divertentissima, più divertente di tutte le cose divertenti della sua vita messe insieme.

Passettini rimane aggrappato fino alla fine, e fino alla fine guarda l’operaio utopista Pane, e fino alla fine trema dalla testa in giù. Arrivati a destinazione Pane spinge il freno e inserisce una leva: la benna scende piano piano e si adagia sull’asfalto tipo allunaggio perfettamente riuscito. Passettini esce dall’involucro e sembra un astronauta di ritorno da un viaggio intergalattico, stravolto ed esausto ma vivo e vegeto e con un sacco di storie da raccontare. E mentre già si allontana verso il campo da calcio del quartiere sud della città, Passettini registra le ultime parole dell’operaio che tutti chiamano Pane:

–    Ti è piaciuto il giro in giostra? Domani se ne fa un altro perché io sono un uomo libero e se voglio dare un passaggio a qualcuno lo faccio, avete sentito?!

Una risata mefistofelica riecheggia la voce tonante dell’operaio  mingherlino con tatuaggi un po’ ovunque, giusto un attimo prima che la stessa risata e ogni altro possibile suono vengano sommersi dai decibel del motore. Passettini è confuso e non ha colto nemmeno l’odore della frustrazione malcelata del suo tassista, però ha memorizzato la formula “domani se ne fa un altro” e per questo non vede l’ora di alzarsi dal letto ed essere trasportato sulla giostra in mezzo a uomini che fischiano e applaudono. Così Passettini cammina più veloce del solito verso la lettera Z, che poi corrisponde alla lettera A, perché ogni giorno in cui non si incastra contro un ostacolo e qualcuno dell’Istituto Psichiatrico Io ♥ Dio va a recuperarlo Passettini fa il giro della città e ritorna al punto da cui è partito, ed è questa in sostanza la meta che nessuno conosce.

Passettini è talmente su di giri all’idea del giro in giostra che dopo essere tornato all’ovile non riesce più a dormire, poco importa se la luce è spenta e sono già le due di notte. Alle tre Passettini ha le mutande bagnate ormai da un’ora, e il piscio nel frattempo è diventato freddo, e puzzolente, e anche sapendo che pagherà caro le conseguenze di ciò che sta per fare gli rimane una sola possibilità per uscire da quella situazione.

Così il dipendente dell’Istituto Psichiatrico Io ♥ Dio di turno a quell’ora ode dei lamenti sinistri, tipo di vecchio mollato in ospedale su una qualche barella dai famigliari e dimenticato là per omnia sæcula sæculorum. Chiude l’ultimo numero di playboy, il dipendente dell’Istituto Psichiatrico Io ♥ Dio di turno a quell’ora, lo nasconde nel cassetto della scrivania e sale le scale al primo piano. Quando accende le luci della terza stanza in fondo al corridoio a sinistra trova Passettini sudato, rannicchiato di lato, in un bagno di piscio che ricorda vagamente l’odore del gatto randagio dopo che ha piovuto. Il dipendente di turno a quell’ora bestemmia a denti stretti perché adesso gli toccherà strisciare i piedi fino allo sgabuzzino e rimandare a tempo indeterminato la masturbazione che stava pianificando un attimo fa con il corpo nudo e le tettone di Mary The Milf, pag. 22. Nello sgabuzzino l’uomo prende un paio di guanti, delle salviette igienizzate, un detergente liquido e altre cose simili. Prende anche due coppie di cinghie di contenzione lunghe una spanna, con un paio di lacci per parte. È uno di quegli uomini robusti che per il fatto di essere robusti ha una fede cieca nelle punizioni corporali. Pulisce Passettini e lo lascia nudo a fissare il soffitto, visto che gli piace tanto, con le mani e i piedi legati stretti alle sbarre del letto, altra vecchia logica dell’Italia del dopo dopoguerra che sembrava tramontata e invece no.

A quel punto per Passettini prendere sonno diventa impossibile o quasi. A torturarlo non è solo la posizione poco naturale in cui è costretto: sono le pezze giallastre e luride che l’uomo robusto e altri dipendenti dell’Istituto Psichiatrico Io ♥ Dio tipo quello che ogni tanto va a recuperarlo col furgone infilano tra cinghia e caviglia e/o polso, un trucchetto universalmente conosciuto per eliminare il problema dei lividi. Passettini rimane parecchi giorni legato al letto e per tutto il tempo non può fare a meno di muovere i piedi su e giù, l’unico sistema per limitare il prurito che provocano quelle pezze schifose. Questa volta non ci sono né pareti di fronte né pareti a destra né pareti a sinistra, ma solo un’unica superficie piatta che si estende all’infinito e ingloba tutte le altre.

Quando Passettini esce dall’istituto il cantiere non c’è più: al suo posto si alza un imponente budello di strade che si incrociano a diverse altezze come montagne russe costruite in mezzo a un deserto grigio e triste. Il marciapiede del cavalcavia invece è ancora là e somiglia molto a un binario morto anche se qualcuno che a piedi o in bicicletta lo usa per passare da una parte all’altra c’è sempre. Ad esempio c’è uno che tutti conoscono col nome di Passettini perché quando cammina o rimane fermo ad aspettare il verde muove i piedi su e giù e chissà quanti anni ha e qual è la sua meta.

Passettini non va a dire in giro certe cose sull’Istituto  Psichiatrico Io ♥ Dio. Passettini preferisce camminare: cammina d’estate, cammina d’inverno, cammina col caldo e col freddo, cammina a qualsiasi ora, sette giorni su sette, dodici mesi all’anno e così via. Passettini cammina sempre, a parte la notte, perché col buio dove vai, a piedi, da solo?