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In grazia di Dio

In grazia di Dio: racconto di Francesco Cozzolino

Che tu possa restare sempre in grazia di Dio. Questo fu quello che mi disse Joe, l’ultima volta che ci parlammo. Prima ancora di scoprire che gli avevo rubato tutto: la figlia, la dignità e un sacco di soldi. Quelle parole ce l’ho ancora nelle orecchie, come il vento di quella sera. La macchina filava, come un proiettile nella canna di una pistola, centinaia di chilometri d’un fiato. Non che fosse una novità, ma quella volta ognuno dei luoghi che passavo, lo lasciavo per sempre. C’erano molti morti già allora, alcuni già freddi, altri semplicemente condannati, ha sempre fatto poca differenza.

Che tu possa restare sempre in grazia di Dio. Ma io, di quale Dio stava parlando, non riesco ancora a immaginarlo. Forse un Dio che giustifica. O uno che ha seguito passo dopo passo quel che ho fatto, da quando ho preso Linda e le ho detto che se non fosse venuta con me, non avrei potuto fare più niente per lei, a quando ho premuto la canna della pistola contro la tempia di Joe. Quel Dio non mi ha fermato allora e non lo sta facendo adesso.

Al bancone dell’autogrill mi servono un caffè macchiato e dopo ore di limbo i fatti tornano a galla.

Archimede è sparito e nessuno sa nulla, mentre al Santo hanno fatto esplodere la testa prima che tornasse in Italia. L’ho visto con i miei occhi, in un’area di sosta sull’autostrada per Monaco.

Sarà ancora lì, seduto al volante con un foro grande come una moneta sulla tempia e gli occhi fissi sui moscerini del parabrezza.

Anche Linda è morta. Mi immagino il suo viso viola, non hanno avuto nemmeno il tempo di togliere di mezzo il sacchetto con cui l’hanno soffocata, così ho letto.

Linda aveva una bellezza che non si meritava, perché per certe persone la bellezza è una croce con cui devi fare i conti tutti i giorni.

Eravamo cresciuti insieme, Joe le aveva fatto da padrino, e poi se l’era presa.

Ho amato per dispetto, per orgoglio, ho amato semplicemente perché ne avevo voglia. Linda l’ho amata perché era l’unica cosa che mi riuscisse di fare.

Per tutto il tempo in cui siamo stati insieme di nascosto, ho cercato di spiegarmi il perché, ma non ho mai trovato una risposta.

Quando le cose si sono messe brutte, il mio primo pensiero è stato quello di farla sparire. Era una cattiva idea, ma l’avrei portata con me se fosse stato necessario.

All’ultima riunione avevano parlato di me, e quando esce il nome di uno che per contratto non deve avere un nome, ci sono poche cose a cui vale la pena pensare.

La prima era una buona macchina, l’altra era Linda.

La cameriera mi ha fatto un cenno che voleva dire tutto bene? Avrei voluto risponderle di no, che non va troppo bene.

Avrei voluto dirle che c’erano ancora trecento chilometri prima di sapere se ero davvero in grazia di Dio, ma ho messo un euro vicino alla tazzina vuota e ho sorriso.

La Porsche l’ho presa in prestito dal garage di Joe, un ‘77 coupé nera. Non ha molto mercato, anche se tra gli appassionati è ancora richiesta. Tanto lui non se ne fa più niente.

L’ultima volta che l’ho visto era occupato a perdere il cervello sul tappeto.

Non è mai piacevole quando qualcuno non muore in fretta, è uno sbaglio da principianti, ma prima o poi gli errori arrivano per tutti.

Alla fine è caduto faccia in giù in una macchia scura. Da lì sdraiato, è tornato a valere quel che valeva: meno del tappeto su cui è morto.

La prima volta che uccidi qualcuno sembra una cosa finta.

Da lì in poi hai due possibilità: o continui a farlo o torni alla realtà. Questo è il segreto per uccidere, trovare ogni volta qualcosa che fa più paura di premere il grilletto. La paura più grande vince quella più piccola.

Da Napoli ho fatto le strade interne, una statale infinita fino a Ostia. Poi ho risalito la Toscana e il sole non ne voleva sapere di venire fuori.

Ancora adesso è un punto rosa nella nebbia, l’alba più lunga della mia vita.

Faccio partire il motore, metto la freccia. Riprendo la statale e accendo la radio.

“Il boss Gioacchino Salani è stato trovato morto nella sua casa di Caserta poche ore fa. Ancora da chiarire la dinamica dei fatti; Salani, accusato di essere il mandante di una ventina di omicidi, era tenuto sotto sorveglianza dalla polizia da sei mesi.”

In questa macchina ho una sacca con qualche camicia, un pigiama, due pantaloni e una pistola. In un’altra borsa ho quasi quattro milioni di euro.

Sicario, dicono le persone che hanno studiato quel che basta per allontanarsi da una pistola.

Ho cominciato come guardiano notturno, sorvegliavo il garage di Joe e il magazzino. A diciannove anni era facile.

Quando ti mettono una pistola in mano per la prima volta, ti sembra la cosa più pesante che hai mai tenuto.

La guardi e la riguardi tutta la notte. Seduto in macchina la carichi, metti la sicura. La scarichi, togli il caricatore, fai scattare il cane. Carichi di nuovo. Rimetti la sicura. E così via, per nottate intere.

Cowboy, guardie e ladri, ognuno ha la sua visione delle cose, ma quando ci mettono una pistola in mano torniamo tutti bambini.

Il garage era sempre pieno zeppo. Mercedes, Bmw, Porsche. Qualsiasi macchina oltre i cinquantamila andava bene.

Ne ho viste e guidate a centinaia. E nel magazzino c’era la collezione di Joe. Ventidue macchine tirate a lucido che prendevano polvere. Poi sono arrivate le estorsioni.

Ogni mese il giro delle attività. Portavo indietro sessantamila euro al mese, solo nella mia zona. Ho passato più di due anni così.

Joe si fidava di me, mi ha fatto studiare, a suo modo. Mi credeva più intelligente degli altri. Così, alla fine, è arrivato il giro grosso.

Lì ci sono solo banche e cantieri. Viaggi al nord. L’Europa. All’inizio mi dispiaceva non portare più la pistola, camminavo sbilanciato. Poi, col tempo ho imparato a essere educato, a conversare, e pure l’inglese e il francese.

Alla fine la bella vita frega chiunque e prima di rendertene conto, ti rammollisce, ma a quel punto avevo già Linda.

Pensavo di non dovere più fare il lavoro basso, ma le cose ci sono scivolate di mano.

Era da un po’ che con Archimede e il Santo ci pensavamo e alla fine siamo riusciti a convincere anche Joe.

L’occasione si presentò dopo poco, con la storia del riciclaggio.

C’era una persona da convincere a Zurigo e una transazione da concludere: novecentomila reinvestiti che avrebbero fruttato quattro volte tanto.

Un affare modesto ma sicuro. Archimede dietro il computer, il Santo sul posto e io che facevo da tramite.

Joe gestiva la cosa a livello ufficiale e alla fine avremmo diviso in quattro.

Un milione a testa per i giorni che ci rimanevano e tutti felici e contenti. In fondo si trattava di una piccola commissione per gli ultimi vent’anni che avevamo passato a lavorare per loro.

Le cose, però, sono andate in modo molto diverso.

Il primo a sgarrare è stato il Santo. Era l’unico latitante, aveva già quattro omicidi sul groppone e sapevano benissimo dov’era da più di un anno. Aspettavano solo di alzare la posta.

È stato stupido, ma noi siamo stati lenti.

Dovevamo saperlo che ci aveva venduti tutti da tempo. E non solo noi. Come dargli torto, davanti a una pena del genere, per uno sconto vendi anche gli amici.

Anche Joe ha fatto casino, ma posso capire anche lui.

Tenere il piede in due scarpe non è semplice. Tranquillizzare chi stai per fottere e fottere chi ti ha tradito nello stesso momento, non è roba da poco.

È uscito di testa, e quel che è peggio è che ha fatto il mio nome. Ma in fondo, anche questo non sarebbe stato la fine del mondo.

Quello che non gli perdonerò mai è stato lasciare Linda sola, a respirare dentro a un sacchetto di plastica.

Per uno, forse due minuti, a sbattere gambe e piedi, in preda alle convulsioni.

Insomma, per farla breve le cose sono andate così.

I soldi li abbiamo riciclati comodi da casa. Siamo andati a prenderli a Zurigo io e il Santo. Poi è successo il casino. Lui sparisce, non risponde più al telefono e io mi incazzo: prendo i soldi e torno indietro.

Quando arrivo salta fuori che Archimede è scomparso, Joe ha una taglia sulla testa e Linda è morta.

C’è poco tempo e a casa sua discutiamo, Joe è un codardo, lo sa che è appeso a un filo e aveva già un suo piano: dare due di noi all’organizzazione per rimettere le cose a posto.

Con me e il Santo gli avrebbero creduto. Avrebbe restituito pure i soldi e probabilmente ce l’avrebbe fatta.

Il resto era prevedibile: il Santo beccato in Germania, Joe steso dal sottoscritto e Linda senza più polmoni in fondo a un obitorio.

Ma era solo l’inizio.

Così ho pensato in fretta: ho messo la pistola in mano a Joe, ho preso la Porsche e sono filato via.

Come pezzo di teatro non è stato un granché, ma è il meglio che sono riuscito a tirare fuori da una situazione che puzzava di merda da lontano un miglio.

Quello che avrebbero visto tutti sarebbe stato questo: Joe e noi tre volevamo tenerci tutto per noi, abbiamo fatto una cazzata e ci hanno scoperto. Il Santo è andato. Archimede è sparito e a quel punto Joe si è ucciso.

Avrebbero potuto anche crederci se non fosse stato per quel pazzo di Archimede.

I quattro milioni li ha messi sul conto a Zurigo, come avrebbe dovuto fare. E ce li ha pure lasciati per un buon quarto d’ora, a prendersi un po’ di fottuta aria svizzera, solo che poi, come quando butti un amo, li ha ripescati a suo modo.

Una volta entrato lì dentro, chiavi e password alla mano, la tentazione era grande quanto il conto dell’organizzazione.

Così quando li ha ritirati fuori, i quattro milioni sono diventati quaranta.

Archimede ha chiuso il conto e l’ha criptato per quarantotto ore.

L’ha pensata bene, anche se io avevo già prelevato i contanti, gliene rimanevano ancora trentasei con i quali sparire per sempre. E ci ha pure provato.

Se Joe vedesse il rally che sto facendo fare alla sua Porsche sarebbe contento di essere all’altro mondo.

Su per le colline tra la Liguria e la Francia, le strade sono sempre le stesse da sessant’anni, ci sono solo capre, vigne e qualche forte della seconda guerra mondiale.

Ci metto mezzora per trovare il posto.

Nel casotto ai piedi del bosco ci tengono pure i prosciutti sti cazzo di francesi.

Jean è un amico, abbiamo lavorato insieme più di una volta, a Nizza e a Marsiglia. Sono messi bene qui, hanno in mano tutta la filiera, avvocati compresi.

Giusto l’anno scorso ne abbiamo messo a posto uno che voleva fare casino a Marsiglia, un certo Guillaume. Sono bastate due parole e quello è tornato in riga come un cagnolino.

Sono organizzati, hanno tutto il confine francese in mano. Mi hanno avvisato quasi subito: stava scendendo dalla Svizzera in Costa Azzurra.

L’hanno preso in tempo a Nizza e me l’hanno tenuto in fresco per mezza giornata. Archimede, furbo con i numeri, ma lento con il pensiero.

Ora posso respirare con più calma. Lasciata l’Italia, i tempi si allungano quel che basta per ritrovare il sangue freddo.

Fermo la Porsche davanti alla baracca, scendo e Jean mi accoglie con il suo sorriso annerito dal fumo.

Bastano poche parole tra vecchi amici.

“La macchina e la borsa nera sono tue”

Lui mi lancia le chiavi della sua e tira fuori le Gauloises.

Alle due del pomeriggio si sentono soltanto le cicale.

“È legato” mi dice porgendomi l’accendino.

Quando mi sporgo sulla fiamma i muscoli del collo urlano pietà, tutti gli ottocentocinquanta chilometri arrivano puntuali a chiedere il conto.

“Merci” non dico altro.

Il viso di Linda è indelebile dietro ai miei occhi e mi segue come un fantasma da quella sera.

“Qu’est-ce qui s’est passé?”

“L’enfer” dico, e prima di lasciargli tempo per una seconda domanda, glielo chiedo.

“Jean, mi serve una mano. Devo andarmene e mi servirà qualcosa di più di una Renault”

Jean sorride e dice che va tutto bene, non c’è problema.

“Nice. Le Rouge et le Noir. A sept heure, ce soir”

Annuisco, lui mi mette una mano sulla spalla ed è già sul sedile della Porsche. Mi sorride e parte sgommando.

Dentro al casotto c’è odore di umido. Archimede se ne sta in un angolo legato con la corda per stendere, ha solo un occhio nero.

Mi avvicino e scosto il foulard che gli tappa la bocca.

“Amico, non te la sarai mica presa, vero?” mi dice.

“No, cosa vai a pensare” gli faccio eco.

Il silenzio, però, fa capire a entrambi che il tempo per pensare è finito da un pezzo.

“C’è solo una cosa che non mi è chiara: dovevamo vederci tutti a casa di Linda. Il Santo non ha parlato e su Joe, per quanto sia stato un codardo, sono sicuro. Rimani tu”

Archimede abbassa gli occhi ed è la risposta che volevo.

In questi casi la canna di una pistola rimane l’argomento più convincente.

“Nella tasca” si affretta a dirmi indicando la giacca che ha addosso.

Ci sono dei documenti, un numero di conto e la password. Banque du Nord, Rue de Verneuil, Paris.

Archimede prende fiato, ma io lo fermo subito. Sono stufo di parole.

“Mi è sempre piaciuta la matematica e questa operazione non è difficile” gli dico.

“Quaranta diviso quattro faceva dieci. Poi siamo rimasti io e te e quaranta diviso quattro ha cominciato a fare venti. Ma adesso che te ne stai legato come un salame a piagnucolare, sento di non sbagliare se dico che quaranta diviso quattro fa quaranta”.

La sua testa ciondola, posso sentire il suo cuore rimbombare nella baracca fino a coprire il rumore delle cicale.

Fuori l’estate sboccia e profuma di menta.

Miro al centro del petto. La pallottola sibila, la sedia balza all’indietro ma non cade.

Con il coltello taglio un bel pezzo di prosciutto e glielo ficco in bocca. La saliva si mischia con il sangue.

“Sei sempre nel posto sbagliato quando muori”, gli sussurro all’orecchio, poi sbarro la porta e salgo in macchina.

Al locale oltre a Jean c’è Marcel, gli altri non li conosco.

Non mi sento tranquillo, ho lasciato i documenti e l’indirizzo nella macchina. Mi danno i contatti e l’aereo da prendere.

Alla fine è andata bene, anche se qualche domanda se la sono di certo fatta.

Lasciargli quattro milioni per un lavoretto del genere deve avergli fatto girare un po’ di rotelle in testa, ma contavo di sparire prima che gli fosse venuta voglia di andare a vedere che genere di affare fosse.

Da Nizza a Parigi sono altre sei ore di macchina, tutte per strade secondarie. Un’altra notte e un’altra alba.

Mi lavo e mi cambio in un autogrill alle porte di Parigi. Lascio la macchina nel parcheggio che mi ha detto Jean e prendo la metro.

Manca poco, i passi sono semplici.

L’ho già fatto decine di volte. La banca, i documenti. L’attesa e le verifiche del caso. Alla fine il bonifico.

Il conto è pronto, su quello non ho dubbi, Archimede faceva bene il suo lavoro.

Mi ripeto mentalmente le cose da non scordare. Le emozioni da una parte, i fatti dall’altra.

La ragione prima di tutto. E poi, addio.

Alla banca va tutto secondo copione, chiedo di parlare con il direttore, mi fanno accomodare e gli spiego la situazione.

Poi, lo stronzo mi dice qualcosa che mi manda su di giri: “comprendo il suo interesse, ma poteva risparmiarsi il viaggio. L’operazione si è conclusa correttamente.”

Gli chiedo di ripetere perché proprio non capisco, ma non è il francese: la realtà non torna in nessuna lingua.

Che significa conclusa? E quello, placido, mi dice che la signora era stata lì la mattina del giorno prima per trasferire i contanti da Zurigo sul suo conto personale. Mi fa vedere anche le firme.

Io sudo, perdo il controllo.

Mi viene voglia di saltargli alla gola. Riesco a ricompormi un attimo prima che sia troppo tardi, ma le parole non mi escono di bocca.

Lui, tranquillo, si alza e mi accompagna alla porta.

Sono fottuto, penso. E quando ormai non vedo più una via d’uscita, sento quelle parole.

“Dimenticavo, c’è un messaggio per lei da parte di M.lle Salani”

Esco senza salutarlo e stringo la busta con tutta la rabbia che ho. Poi conto lentamente fino a trentasei.

Quando finisco sono già fuori a camminare per Rue de Verneuil: trentasei milioni di euro in fumo e una camicia zuppa di sudore.

Sono fottuto, mi ripeto.

Cammino dritto davanti a me, torno alla banca. Mi rimetto a camminare senza meta. Alla fine mi siedo su una panchina e la apro: c’è solo una frase, in cui riconosco la sua scrittura.

“Hotel Les Chevaliers, Rue Bonaparte 77. Chambre 334. Linda”.

Per tutto il tempo in cui ho camminato una sola cosa è rimasta piantata nel mio cervello: anche ammesso che fossi riuscito a uscirne, non avrei potuto vivere se non fossi andato a vedere cos’era successo davvero.

Linda mi aveva aspettato tutta la mattina, ma con lei avevano aspettato anche gli altri. L’avevano seguita dalla sera prima.

Riconosco subito Marcel e Jean non deve essere lontano.

Uno lo becco nel corridoio, la cameriera comincia a strillare, così le spacco il naso con la pistola ma quella non va giù, anzi, si mette a strillare ancora di più.  A quel punto va tutto in malora.

Arriva la sicurezza e ne stendo altri due. Mi faccio aprire e li trascino tutti nella stanza. Quando mi ha aperto, ho pensato che se il cuore non mi fosse scoppiato allora, non mi avrebbe fermato più nessuno. Linda è bella come ricordavo, come quando giocavamo da bambini e si asciugava le lacrime da sola. È spaventata a morte e mi si getta addosso. Non mi lascia il braccio per tutto il tempo. Lavoriamo insieme però: chiudiamo a chiave la stanza, filiamo nel garage dell’albergo e prendiamo una macchina.

La metto al volante e le dico di aspettarmi davanti all’hotel. Le ordino di non muoversi e di non scendere dalla macchina per nessuna ragione al mondo. Glielo faccio ripetere ad alta voce. Glielo faccio giurare. Davanti all’ascensore mi blocco e per la prima volta ho paura, per lei e per me. Torno indietro, mi avvicino al vetro e le dico le parole più importanti: “ricordati: se qualcosa va male ci vediamo all’inferno. Questa notte”

Prendo le scale e lo vedo che legge un giornale sul divano dell’atrio. Jean sembra nervoso, continua a guardarsi intorno. Così, di nuovo, penso in fretta: lascio il biglietto alla receptionist e lo aspetto al bar. “Io e Linda per il numero di conto e la password.” Avevo fatto la mia scommessa puntando tutto su di me.

La luce dai vetri del bar non mi fa vedere un accidenti e il tempo non passa mai. Me ne sto al tavolino con un bicchiere davanti e la pancia che mi brucia da impazzire.

Chiudo i bottoni della giacca, ma sotto la camicia è già piena di sangue. Il peggio che poteva capitare: un buco in pancia e la pallottola non è nemmeno uscita. Puoi stare vivo per ore e fa un male atroce. Fuori, distinguo appena la macchina di Linda controsole. Butto giù il bicchiere di colpo e sento il sangue che comincia a inzuppare anche la giacca.

Il sudore mi appiccica i capelli sulla fronte, sotto il tavolino carico la pistola e la stringo in mano. Jean si avvicina sorridendo, ma io non lo guardo in faccia, tengo gli occhi sulle sue mani e quando è a meno di un metro mi alzo e gli svuoto il caricatore addosso.

Lo prendo dovunque: stomaco, gola, spalle. Poi succede il casino, c’è sangue dappertutto, manco avessi scannato un maiale, il barista urla e io riesco a uscire per un pelo, ma fuori è già tutto finito.

Ce ne sono altri due, hanno usato la mia Porsche e sono venuti in quattro gli stronzi. E poi ci sono già anche due macchine della polizia.

Prima del finimondo penso a due cose: Linda e il mio caricatore vuoto. C’è sempre una paura più grande che vince su quella più piccola, così mi metto a correre. Le pallottole sembrano piovere dal cielo, la polizia ne fa secco uno. Mi sibilano intorno mentre continuo a correre, a occhi chiusi verso la Porsche.

Dentro ci sono ancora le chiavi nel quadro e quello fatto secco, steso sul sedile. Lo spingo fuori e parto. Riesco lasciare il parcheggio dell’hotel. Spingo il piede con rabbia sull’acceleratore e sento il sangue scivolarmi sulla pancia.

Alla prima occasione lascio la macchina e ne faccio saltare un’altra. Le strade del nord sono più tranquille, ma il dolore aumenta. Guido per ore e vengono tutti con me.

Joe e il suo volto livido, a faccia in giù sul tappeto pieno di sangue, gli occhi senza vita del Santo, accasciato sul sedile del guidatore. E ancora Archimede che perde sangue dalla bocca e Jean tra le pallottole che gli massacrano il corpo. Linda, no. Linda è stata brava, è rimasta in silenzio tutto il tempo.

E quando la situazione si è calmata ha preso la borsa, ha aperto lo sportello ed è uscita. È stata forte, si è messa a camminare per Boulevard Saint Germain con il cuore che le scoppiava in petto, ma ce l’ha fatta, ha preso un taxi e si è lasciata alle spalle tutto quanto.

L’ho immaginata per ore qui sul lungomare, seduto in macchina davanti all’Enfer. Ci ho conosciuto la gente migliore del giro qui, lo usavamo come base per gli incontri tra di noi e come punto d’appoggio per quando dovevamo portare la roba al di là della Manica.

Anche la nostra prima fuga è stata qui a Calais, otto anni fa. Avevo portato Linda all’Enfer, abbiamo cenato e a mezzanotte abbiamo preso il traghetto per Dover. È stata la prima volta che abbiamo fatto l’amore.

I respiri che riesco a prendere sono sempre più corti, se avesse tardato ancora l’avrei strozzata con le mie mani. Ma è arrivata, è scesa dal taxi e si è avvicinata alla macchina.

Mi ha baciato in fronte e senza dire una parola si è messa alla guida. E adesso, finalmente, posso chiudere gli occhi.

Francesco Cozzolino fraceci.co@gmail.com
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