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Chi ricorderà i Momi?

L’auto dei Momi avanzava lenta lungo la vecchia strada di montagna che da Gallio porta a Ronchi. L’asfalto era coperto di un manto di neve innocuo, eppure Alberto Momi guidava così piano che pareva assediato dal bianco fino alla portiera. La sua unica colpa era quella di rispettare ossequioso le raccomandazioni della moglie, Eleonora Momi, preoccupata che l’“inizio ufficiale” delle loro vacanze fosse rovinato da uno spiacevole incidente. Dietro, stravaccati su sedili vecchi e abbastanza impiastricciati, stavano i figli dei Momi, Susanna Momi e Timoty Momi, entrambi intenti a scrutare il paesaggio fuori dal finestrino senza perdere occasione per commentarlo.

– È tutto schifosamente bianco…  – biascicò Susanna, spezzando di colpo il monologo dei bocchettoni d’aria calda.

– Anna, per favore, è già complicato guidare così – sospirò la madre, senza voltarsi – vuoi smetterla di ripetere le stesse quattro parole? Rallenta tu, potremmo essere arrivati.

– Allora lo dico in un altro modo… è tutto schifosamente non colorato…

Timoty soffiò dal naso, una forma di apprezzamento poco convinto che aveva copiato pari pari dal padre. E subito dopo disse:

– Non colorato non vuol dire necessariamente… bianco…

Concluse la frase piegando la testa di lato verso la sorella e girando gli occhi nelle orbite, una cosa che Susanna, quando ne parlava con le amiche, definiva raccapricciante.

– Mamma Tim fa gli occhi bianchi! – disse quasi urlando.

La madre si girò di scatto, come a dire che se si trattava di uno scherzo sarebbe finita male, ma Timoty, prevedendo l’uscita della sorella, era già tornato a fissare il vuoto.

– Basta ragazzi – intervenne il padre, con il tipico tono perentorio che hanno i padri dopo ore di autostrada e svariati autogrill.   

Susanna fece il dito a Timoty e lui ricambiò aggiungendovi una linguaccia da cavallo. Dopodiché entrambi tornarono ai rispettivi finestrini. Nell’abitacolo il rumore dei bocchettoni d’aria prese di nuovo il sopravvento. Fuori l’ultimo sole illuminava a malapena il ciglio della strada, dando l’impressione che di lì a poco l’oscurità avrebbe cancellato l’umanità intera.

  • – Questa strada è la stessa che faremo domani per andare a sciare – disse il signor Momi, nel tentativo di ripristinare l’atmosfera di vacanza.

– Io non ci vengo a sciare – sussurrò Susanna, regolando il volume della  voce quel tanto che bastava per essere fraintesa.

– Sì che ci vieni invece – disse la signora Momi – abbiamo l’istruttore pagato per quattro, quindi ci verrai anche tu, e senza tante storie…

Susanna tacque, probabilmente indispettita per quel trattamento da minorata. I fanali dell’auto illuminarono un cartello con la scritta Ronchi di Gallio.

– Finalmente ci siamo – disse il padre.

La famiglia Momi percorse altri cinquecento metri, fino a un incrocio a T privo di qualsiasi segno distintivo. Da lì l’auto svoltò a destra e cominciò una lunga e faticosa salita verso un condominio a due piani.

– Dovrebbe essere questo – azzardò il signor Momi una volta spenta l’auto di fronte a uno dei garage del palazzo.

Susanna e Timoty si infilarono la giaccia e scesero dall’auto, la prima guardandosi intorno, il secondo stirando muscoli e articolazioni in modo spropositato. L’aria gelida pungeva ogni lembo di pelle scoperto. Ora che i bocchettoni d’aria calda tacevano, non rimaneva che il ruvido assottigliarsi della neve sotto la suola delle scarpe. Il signor Momi aprì il bagagliaio e per prima cosa tolse la gabbia di Ciompo. Susanna corse a vedere se il suo coniglio era tutto intero.

– Mi pare in forma… – suggerì il padre.

– Dorme? – chiese la madre scendendo dall’auto.

  • – Sì ma bisogna fare in fretta – disse Susanna con fare consapevole – qui fuori si congela!
  • Il coniglio fiutò l’aria e con un balzo coprì quasi per intero lo spazio a sua disposizione nella gabbia.

– Fa proprio un freddo porco… – disse poco distante Timoty osservando la condensa del fiato.

– Tim!

– Che c’è?

– Non dire parolacce!

– Porco non è una parolaccia… forse ai tuoi tempi…

– Porta rispetto a tua madre Tim, e aiutami a scaricare le valige, su…

La voce del signor Momi sembrava non ammettere repliche. Il ragazzo alzò le braccia al cielo e le fece ricadere sui fianchi con un sonoro ciok. Susanna sollevò la gabbia e la depose sulle scale d’ingresso, lasciando intendere che il suo carico era già deciso. Quando Tim arrivò con i primi bagagli intimò alla sorella di spostarsi altrimenti avrebbe travolto lei e Ciompo in un colpo solo. A quelle parole Susanna si scostò appena, mentre il piede di Tim andò a colpire in modo poco naturale un angolo della gabbia. Il coniglio si rannicchiò, le orecchie ritte come antenne, mentre Susanna guardava la madre con l’espressione più allibita che le riusciva di fare.   

– Ma hai visto cos’ha fatto? Ha quasi rotto la testa a Ciompo! Dovrebbero chiudere te dentro una gabbia!

– Bla bla bla – fece Timoty, scaricando a terra le valige.

– Smettetela! – li apostrofò la madre, trascinando la “a” per qualche secondo.

Susanna non degnò di uno sguardo il fratello. Prese di tasca il telefonino e cominciò a scrivere un messaggio. Il signor Momi sopraggiunse con altre valige e, passando di fianco alla figlia, disse:

– Vi avverto che sto perdendo la pazienza… dobbiamo convivere qui tre lunghi giorni e non ho alcuna voglia di stare tutto il tempo a rimproverarvi…

Susanna pensò che il modo più perfido per ribattere fosse cambiando completamente argomento:

– Il mio telefonino non ha campo! Non posso collegarmi a internet e nemmeno spedire messaggi!

Tutti si affrettarono a controllare il proprio telefonino.

  • – Zero anche per me…

– Io una tacchetta soltanto… ma vedrete che in casa sarà meglio, al secondo piano siamo più alti.

– Mamma, se non c’è campo non c’è campo – sospirò Susanna, quasi fosse la centesima volta che spiegava la stessa cosa a un bambino, un bambino idiota, per giunta.

  • – Allora vivremo senza telefono, solo i naufraghi muoiono perché non hanno un telefono – concluse la madre, avviandosi verso le scale con l’attrezzatura da sci.

In segno di approvazione il signor Momi esibì un soffio dal naso da manuale.

Padre, madre e figli si ritrovarono poco dopo di fronte alla porta dell’appartamento al secondo piano. Le valige erano disposte a cascata: sommergevano i gradini uno a uno, dal primo al quinto, lasciando solo uno stretto corridoio per il passaggio. Ciompo e la sua gabbia aspettavano gli eventi nell’unico angolino del pianerottolo rimasto libero da piedi e borse.

– Pronti?! – esclamò il signor Momi con calcolato entusiasmo.

– Dai… – bisbigliò la moglie.

Una chiave attaccata a un portachiavi a forma di Babbo Natale girò la serratura e aprì la porta. Quando la luce si accese e ognuno finì di appoggiare quel che aveva in mano, Susanna e Timoty si diedero all’esplorazione della casa, col padre che arrancava sulla soglia per trasferire il grosso dei bagagli all’interno. La signora Momi armeggiava a un tavolino, con le mani dentro uno scatolone pieno di pasta, sugo al pomodoro, barattoli di sottaceti e sottolio.     

Cucina e sala da pranzo costituivano un unico spazio non molto grande, anzi, così piccolo che le valige e la gabbia di Ciompo ne occupavano la superficie libera quasi per intero. C’erano anche un tavolo con quattro sedie in legno e un divano a due posti imbarcato da una parte. Susanna stava esplorando un minuscolo bagno di non più di due metri per lato. Timoty era intento a studiare una macchia di muffa sul soffitto di quella che per forza di cose – vista la presenza di due letti singoli – doveva essere camera sua e di sua sorella.

  • – Non avevate detto che avrei dovuto dormire con Anna! – disse a un tratto, col naso all’insù.
  • Gli fece eco la sorella:

– Questo bagno è così piccolo che se lancio la mia pallina da tennis riesco a colpire tutte e quattro le pareti prima che cada a terra.

Il signor Momi, alle spalle della signora Momi, stava stringendo i fianchi della moglie con un abbraccio che cominciò a perdere mordente alla parola “tennis” e si esaurì del tutto alla parola “terra”.

– A volte vorrei davvero…

– Per favore, siamo appena arrivati… preparo la cena…

Dall’altra stanza arrivò per la seconda volta la voce di Timoty:

– Se avvicino una mano alla finestra mi si congelano le dita! È la peggior casa in montagna di sempre!

– Ok – urlò allora il signor Momi – da adesso fino a cena non voglio più sentire volare una mosca, sistemate la vostra roba in camera, fatevi una doccia e quando siete pronti tornate qui!

Al signor Momi sembrò di aver parlato bene e, nonostante i mugugni dei figli, non aggiunse una sola parola a quanto appena detto. Arrivato il momento della cena Timoty e Susanna si presentarono in pigiama e pantofole. Anche la signora Momi si era messa comoda. L’unico che indossava ancora gli abiti da viaggio era il signor Momi, impegnato con il cavo della tv.   

– Questo trabiccolo non dà segni di vita  – concluse quando si accorse che tutti lo stavano fissando.

La sua espressione tesa, di solito addolcita dalle linee che accompagnavano occhi e sopracciglia, si era fossilizzata in una maschera di stanchezza abbastanza eloquente.

– Devi ancora farti una doccia… – disse la moglie – dai lascia stare, vieni a mangiare, ci pensi dopo alla tv.

Il marito seguì il consiglio della moglie e si lasciò cadere di peso su una delle sedie disposte intorno al tavolo. Susanna e Timoty imitarono il padre. Per ultima si sedette la signora Momi. Ora che non c’era alcuna neve da calpestare il silenzio divenne l’ospite più partecipe e ciarliero. Ogni membro della famiglia studiava le mosse dell’altro, senza dimostrare il minimo interesse per la sua stessa strategia.

– Quindi non abbiamo nemmeno la tv? – domandò con freddezza Timoty tutto a un tratto.

Le sue parole uscirono cristalline come l’acqua di un torrente. La sorella allungò una mano verso la caraffa d’acqua e bisbigliò un inequivocabile “magari”.

  • – Ti ringrazio per avermelo chiesto – rispose il signor Momi, affettando della bresaola inodore e probabilmente insapore – il programma di domani consiste nell’alzarsi presto al mattino e presentarsi alle ore 8 in punto al centro sciistico. Non un minuto di più non un minuto di meno.
  • Se c’era una cosa che accomunava Susanna e Timoty era l’odio per quello stratagemma da quattro soldi del padre, di rispondere fischi per fiaschi e fare finta di niente.
  • – Dopodiché prenderemo lezione insieme, come una Cristo…

– Caro…

– …Sì… come una famiglia normale, dicevo.

– È possibile – intervenne Susanna, roteando in aria la punta del coltello e immaginando chissà cosa – aperte virgolette ribellarsi a questa cosa, chiuse virgolette?

– Io voglio andare con la tavola da snow – aggiunse Timoty a denti stretti.

La signora Momi chiese se qualcuno voleva il dolce alle mele che aveva portato da casa. Nessuno rispose. Seguì un improvviso cozzare di posate e piatti, e a quello un monologo sui buoni intenti traditi, sui chilometri affrontati per arrivare fino a lì e sulle speranze riposte nello sci. Timoty muoveva con un dito due o tre briciole di pane sulla tovaglia. Susanna aveva assunto una posizione scomposta, l’unica che le permetteva di guardare Ciompo riposare nella sua gabbia. Il signor Momi stava finendo di masticare l’ultimo boccone di carne e chiese se si poteva avere un caffè.

Meno di un’ora più tardi i due coniugi si stesero a letto nella loro piccola stanza. Susanna e Timoty dovevano essersi addormentati quasi subito, perché dalla loro camera non arrivava più alcun rumore. Fuori dalla finestra non c’era traccia della luna. Buio e silenzio erano ormai una cosa sola. Sotto le pesanti coperte i corpi tiepidi dei Momi si scaldavano piano piano. Uno dei due sospirò.

  • – Sonno?
  • – Insomma… sono molto stanco.
  • La signora Momi si girò su un fianco, infilando entrambe le mani sotto il cuscino.
  • – Sai che c’è?
  • – No, cosa?
  • – Pensavo a quando Tim e Anna erano così piccoli da stare seduti tutti e due sullo stesso bob. E io li tiravo con la corda e li portavo a spasso per la montagna.

La moglie non disse niente. Guardava il nero davanti a lei, forse in cerca di una qualche risposta.

– La vita passa così in fretta che nemmeno te ne accorgi – riprese in un sussurro l’uomo – Pensi che il tempo di godersi i figli sia già finito?

  • – Non saprei – bisbigliò la donna, quasi senza staccare le labbra – hanno appena quindici anni… spero proprio di no…
  • – Sai è così…

– Così?

  • – Niente… è difficile
  • La donna sfilò una mano da sotto il cuscino e accarezzò il marito. Soffiò un turbine di vento improvviso e la finestra emise un fischio cupo e sordo.

– Cosa?

– La vita… ricordo i Natali passati… Tim che non arriva a mettere i bottoni ai pupazzi di neve… Anna che si addormenta davanti al caminetto…

Nella stanza risuonò il fruscio ovattato delle coperte, poi di nuovo il silenzio. La signora Momi aveva spostato la mano sul torace del marito, appena sopra lo sterno, come aveva fatto altre cento volte prima di allora. Trascorsero almeno un paio di minuti prima che qualcuno prendesse di nuovo la parola.

– Eh già… sono passati dieci anni… sembra lo scorso inverno quando…

– Piccola?

– Sì?

Il signor Momi respirò una lunga e fredda boccata d’aria.

  • – Hai detto dieci?
  • – Dieci anni, sì…
  • – Dieci anni… – ripeté l’uomo, incredulo – e quanti ricordi quando saranno passati altri dieci anni… e poi altri dieci… e altri dieci ancora… – verso la fine la sua voce divenne ancora più bassa, quasi impercettibile.
  • – Per questo hai detto che la vita è difficile?
  • Si udì un leggero mugugno di conferma. La moglie ritirò la mano dal torace di suo marito e la rimise sotto il cuscino.
  • – Anche se ci sono io?
  • – Sì anche se ci sei tu… la vita è difficile anche quando è meravigliosa, soprattutto quando è meravigliosa… è lì che ti rendi conto che ogni cosa sta passando a una velocità incredibile…
  • La mano del signor Momi si spostò dal letto al ginocchio della moglie.
  • – Forse quando saremo abbastanza vecchi capiremo alcune cose che adesso non…
  • Un breve intervallo di silenzio accompagnò quelle parole.
  • – E nel frattempo i nostri figli cresceranno, daranno alla luce altri figli, e noi li vedremo crescere… non è così?
  • – Senz’altro.
  • La donna ripeté la sua risposta una seconda volta, con un tono di voce basso e fermo.

– Amore?

– Sono qui.

– Dopodomani è Natale… ricordi quando mi vestivo di rosso per portare i regali ai bambini? E la barba finta, te la ricordi?

Nel pronunciare le sue domande la gola del signor Momi si strinse. Gli tornò in mente il padre, che si era travestito da Babbo Natale come lui, e il padre di suo padre, che per anni aveva fatto la stessa identica cosa.

  • – Mi ricordo ogni cosa… ogni Natale, dal primo all’ultimo. Quello in cui Tim aveva la gamba ingessata, quello in cui hai regalato Ciompo a Susanna senza dirmi niente… – nel dire questo la signora Momi accennò un vago sorriso.
  • – E quando c’era ancora papà che cantava jingle bell senza sapere le parole?

Stava pensando ancora al padre, il signor Momi, e solo il lampo d’eccitazione di quel ricordo gli aveva permesso di cacciare per un attimo il nodo alla gola. Due risate inoffensive, ridotte all’osso dall’uso quotidiano e rese simili dall’abitudine e dal tempo, si mescolarono per qualche istante e scomparvero insieme. Poi, all’improvviso, com’era cominciato lo scambio di battute tra i due coniugi, così i discorsi e i ricordi e le filosofie di quella sera s’interruppero, il silenzio divenne assoluto e il nero si fece più nero della notte. Prima uno poi l’altro i Momi chiusero gli occhi, ascoltarono i loro pensieri fino a perderli di vista, entrarono nel buio e si addormentarono ancora una volta, fianco a fianco come avevano sempre fatto. Perché anche di loro, di Susanna, di Timoty, dei Momi e di tutti, un giorno, non sarebbe rimasto che il ricordo.