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Un pezzo da galera, l’opera di chi aveva capito tutto

Oggi giorno a questo mondo si leggono tanti di quei manuali, saggi, autobiografie e storielle da quattro soldi che dovrebbero illuminarci sul senso della vita da riempire una biblioteca intera, quando per capire dove stiamo andando e qual è il nostro triste destino se non decidiamo di cambiare rotta, non bisognerebbe fare altro che leggere le circa 200 pagina di Un pezzo da galera firmate Kurt Vonnegut. Il libro, ambientato negli anni del dopo Watergate, è una favola immaginaria che mescola finzione e realtà, questo se vogliamo sminuirlo e passarci sopra con uno schiacciasassi. Perché a una lettura più approfondita le cose cambiano. Dietro la patina di favola immaginaria – una bellissima e godibilissima favola immaginaria, per altro – Vonnegut ritrae un mondo terribilmente simile a quello che abbiamo intorno al giorno d’oggi e con molta probabilità al giorno di domani. In America, certo, ma anche in Europa e nel resto dell’emisfero occidentale, sempre se non muoviamo il culo e continuiamo a coltivare le nostre aromatiche illusioni senza battere ciglio.

Indifferenza, ipocrisia, inganno, ma anche tenerezza e amore

Le parole che descrivono il nostro tempo le conosciamo. Indifferenza, ipocrisia, inganno, manipolazione, raggiro, tensione, paura… Ecco, le diverse storie che si intrecciano intorno alla figura del protagonista Walter Starbuck, appena rilasciato dalla prigione (da cui il titolo), richiamano questi e altri fantasmi così ricorrenti nella società contemporanea. Ci sono le multinazionali, una in particolare, la Ramjac Corporation, che ha la tendenza a comprare tutto e che fa venire in mente la bulimica filosofia aziendale di Google, Facebook e altri colossi, tanto per non fare nomi. Ci sono personaggi viscidi come Arpad Leen, disposto a ogni genere di meschinità pur di guadagnarsi la stima della vedova Graham, la maggiore azionista della Ramjac, donna capace di governare la multinazionale più potente del pianeta da qualche luogo remoto per paura che qualcuno le tagli le mani e usi le sue impronte digitali per “farle le scarpe”. Ci sono comunisti che di comunista non hanno nulla e mai lo hanno avuto, nonostante le loro buone intenzioni. Ma ci sono anche barlumi di tenerezza e di amore ogni volta che entrano in scena le quattro donne con cui il protagonista ha trascorso parte della sua vita, in particolare una: Mary Kathleen O’ Looney.

Non è un problema se Un pezzo da galera parla anche di Sacco e Vanzetti, del presidente Nixon, del bandito John Dillinger, della Grande Depressione e di tutto il resto. I pezzetti di questo grandioso affresco, con l’abilità magistrale tipica delle opere di Kurt Vonnegut, torneranno uno a uno insieme a formare un puzzle perfetto. Certo, ogni tanto anche l’autore forse esagera, con trovate un po’ troppo “americane” come i ripetuti “e così via” e “pace” disseminati nei brevi capitoli del libro. Ma a parte questo espediente da cow-boy, la lettura fila che è un piacere e nonostante le tematiche universali che scorrono dietro le parole come un fiume carsico e nonostante gli oltre 20 personaggi che compaiono e scompaiono come sul palco di un teatro, la concentrazione richiesta per arrivare all’ultima pagina è incredibilmente ridotta, il che fa di Un pezzo da galera un libro apparentemente facile, effettivamente facile, ma anche densamente ricco nella sua complessità. Un libro che si lascia mandare giù come un biscotto ricoperto di glassa, sprigionando la sua eccessiva carica di dolcezza e lasciandoci con una familiare sensazione di colpa.

A nessuno gliene frega più un cavolo, di quello che succede veramente, né di quello che succederà, né dei motivi per cui ci troviamo fra la merda.

Se poi vogliamo trovare a tutti i costi una morale, questa frase pronunciata dal protagonista è senza dubbio una buona candidata.